mercoledì 13 settembre 2017

I sogni della Kat



Questa notte ho fatto un sogno in cui, oltre a me, erano presenti i miei genitori, mio marito ed anche i miei alunni. Stamattina lo ricordavo, ma poi è scomparso completamente dalla mente e, per quanto mi sia scervellata, non sono più riuscita a ricordarne la trama. So solo che mia madre si comportava in modo normale, non ancora affetta dall’Alzheimer che aveva caratterizzato i suoi ultimi otto anni di vita. 

Come abbia potuto coinvolgere gli alunni con i miei familiari immagino che non mi sarà più dato sapere ma, in fondo, dopo tanti anni d’insegnamento, si può proprio dire che la scuola sia la mia seconda famiglia e, probabilmente, convivono entrambe nel mio cuore.

Successivamente ho sognato di nuovo e, questa volta, ricordo tutto perfettamente. Ero in cucina, era mattina e stavo consumando la colazione. Mio padre era seduto a tavola con me, ma non mangiava, probabilmente perché si era alzato già da un po’. Dialogavamo, come tante volte avevamo fatto. Intanto lo guardavo e notavo che aveva un aspetto migliore del solito. La pelle era molto più liscia, il fisico forte  e dimostrava almeno venti o trent’anni in meno rispetto a come ricordavo ( mio padre è scomparso a novant’anni). Che meraviglia poterlo rivedere così!
Poi un pensiero mi aveva assalita: come potevo vederlo, parlargli, se era mancato otto anni fa? Allora mi trovavo in un sogno! Eppure mi sentivo perfettamente sveglia e stavo pure consumando la colazione! Tutto ciò era inspiegabile ma, sogno o no, lui era lì, con la sua dolcezza, l’amorevolezza, l’ironia, ed era bellissimo! Mi beavo nell’osservarlo, nell’ascoltarlo …


Poi mi sono svegliata, rendendomi finalmente conto che si trattava realmente di un sogno. Ma sorridevo, perché ancora una volta i miei genitori non erano mancati all’appuntamento con il mio inconscio e avevo potuto rivederli sani e sereni come quasi non ricordavo più.

 A volte, anche un sogno può rendere migliore una giornata!

venerdì 8 settembre 2017

Corso di aggiornamento scolastico: macchina da scrivere e dado Knorr...



E’ iniziato un nuovo anno scolastico, come sempre preceduto da una settimana di corsi aggiornamento, riunioni collegiali, consigli di classe ecc…

Di solito i corsi di aggiornamento non mi attirano molto, soprattutto perché, dopo tanti anni d’insegnamento, ho già sentito dire proprio di tutto e sembra non esserci nulla che mi possa ancora stupire.

Qualche giorno fa ho seguito, però, un corso veramente interessante, e non sono soltanto io a dirlo, ma tutto un collegio docenti. 


Il corso era tenuto dal Prof. Raffaele Mantegazza, docente di Scienze pedagogiche all’Università di Milano Bicocca.


Già il titolo era un vero programma: «La macchina da scrivere e il dado Knorr»

Accipicchia, cosa potevano avere in comune quei due oggetti? Cosa avevano a che fare con noi? Eravamo tutti incuriositi.


Ci è stato spiegato che la macchina da scrivere oggi non serve più, perché è stata sostituita dal pc, molto più efficace. Ebbene, anche la scuola un giorno potrebbe essere sostituita: esistono le lezioni online e la scuola parentale.

Il dado, per contro, in una ben nota pubblicità televisiva, è sempre stato presentato come «Il dado che sa fare il dado», un po’ come dovrebbero essere gli insegnanti: non psicologi, infermieri, sociologi, carabinieri, tuttologi … ma solo insegnanti, persone che cercano di svolgere bene il proprio mestiere, che è quello di trasmettere cultura, ma anche di aiutare i ragazzi a diventare persone capaci di ragionare e di affrontare la vita con coraggio e determinazione.


Perché frequentare la scuola? Per imparare nuove nozioni? Esistono Internet e Wikipedia, si può trovare di tutto senza uscire di casa! Come se non bastasse, sta cominciando ad affermarsi la “scuola parentale”, cioè l’istruzione a casa, offerta da genitori, parenti e amici.

Per socializzare? Perché mai si dovrebbe per forza socializzare con persone che non hanno nulla in comune e di cui non importa assolutamente nulla? Ci sono tanti posti per socializzare e per trovare persone affini al proprio modo di essere, non è necessario trovarle a scuola!


La scuola però offre qualcosa che le altre opportunità non danno, cioè la possibilità di condivisione. E’ bello condividere saperi, scambiare opinioni su vari argomenti, aiutare un compagno a capire un concetto difficile, collaborare insieme nella realizzazione di un disegno, di una mappa, di un canto!

Non è così necessario che si rincorrano progetti,  concorsi, attività presentate con termini altisonanti. Niente è più bello della normalità: leggere un libro interessante, scrivere, contare, sperimentare, suonare, condividere il panino nell’intervallo, conoscere insieme la realtà circostante. W la normalità!

La scuola poi non dovrebbe essere competitiva. Tutti devono essere messi nelle condizioni di imparare e nessuno dovrà mai sentirsi il primo della classe o il somaro di turno. Ogni ragazzo ha un’intelligenza diversa da tutti gli altri: visiva, uditiva, manuale, spaziale, creativa …. e deve essere messo nelle condizioni di metterla in luce, senza doversene vantare o vergognare.

La scuola non deve essere giudicante. Non si può dire che un ragazzo non combinerà mai nulla di buono nella vita, che finirà sulla cattiva strada, o che diventerà sicuramente un manager o un personaggio importante. Fino ai quattordici anni e anche oltre, tutti cambiamenti sono possibili e niente è prevedibile. 


Infine, una storia, che risponde alla domanda: « Quale ritorno avrò dai miei alunni? Quando mi ricompenseranno per le fatiche loro dedicate al fine di una buona formazione educativa e didattica?»


«Un uccellino femmina aveva costruito il nido troppo in basso su un albero e, a causa del maltempo,  si trovò nella condizione di doverne fabbricare un altro più in alto e dall’altra parte del fiume. Mentre viaggiava sull’acqua portando tra le zampe il primo uccellino, che ancora non sapeva volare, gli domandò: «Figliolo, mi prometti che, quando sarò vecchia, ti occuperai di me?».

Il figlio rispose che l’avrebbe sicuramente fatto, ma lei allargò le zampe e lo lasciò affogare nel fiume. La stessa cosa successe con il secondo uccellino.

Quando ripeté la domanda al terzo uccellino, questi rispose: «Non posso prometterti che lo farò, non conosco le mie possibilità future, ma so che aiuterò i miei figli come tu ora stai facendo con me».  La mamma lo portò in salvo».


E’ una storia drammatica e si spera che nessuna madre si comporti mai così con i propri figli, ma è proprio questo che dobbiamo aspettarci dagli alunni: non che ci diano soddisfazione con brillanti carriere, ma che nella vita possano portare con loro un poco di noi e lo trasmettano ad altri.


Questo corso mi è piaciuto perché ha confermato molte delle mie convinzioni e mi ha fatto pensare che, quando andrò in pensione, o non ci sarò più, forse ci saranno ancora dei giovani che porteranno avanti ciò che ho cercato loro di trasmettere in tutti questi anni, non solo didatticamente, ma anche, e soprattutto,  dal punto di vista umano.

venerdì 18 agosto 2017

Follie e drammi dei nostri tempi



Veicoli killer che piombano sulla folla, boxeur che picchiano a morte nelle discoteche, uomini e donne che uccidono i propri figli per fare un dispetto al partner, fratelli che tagliano le sorelle a pezzi e le gettano nel cassonetto, automobilisti che uccidono per il minimo diverbio sulla strada, ragazzi che muoiono per provare una pasticca…
 
Immagine tratta dal web

Ogni giorno si sentono le notizie più terribili, unite a quelle di morti per incidenti, malattie incurabili, terremoti, alluvioni, case e ponti che crollano, ragazzini che si suicidano a causa del cyberbullisimo, sacerdoti pedofili, torturatori, nuova schiavitù … C’è veramente tutto quel che sia possibile immaginare e anche l’inimmaginabile.

Immagine tratta dal web

Spesso c’è chi mi dice che era già così una volta, “ma non si sapeva”. Può darsi, ci sono sempre stati i buoni e i cattivi, ma  sicuramente non c’era una varietà così ampia di drammi come possiamo conoscere oggi, senza contare che, alcuni pericoli come quelli legati al web, non esistevano ancora.


Cosa si può fare per arginare tutto questo? Come possiamo ancora passeggiare tranquillamente in una delle più belle strade della Spagna, della Francia o di una qualsiasi altra nazione, senza temere che un veicolo impazzito ci venga addosso? Come possiamo stare tranquilli quando sappiamo che i nostri giovani si trovano in una discoteca o in un qualsiasi locale pubblico frequentato da persone che possono essere in preda all’alcol e alla droga o, peggio, muniti di cintura con l’esplosivo?


Sinceramente non lo so. Negli anni ho cercato di sensibilizzare mio figlio,  gli alunni, i ragazzi con cui sono venuta in contatto, mettendoli in guardia contro i pericoli della società e del mondo, insegnando loro a rispettare il prossimo e le diversità, guidandoli ad apprezzare la vita e i valori sani, ma poi non posso fare altro che sperare che sappiano tenersi fuori dai guai e non incontrino persone pericolose sul loro cammino. 


A fermare la criminalità, i fanatismi, la follia, ci dovrebbero pensare le forze dell’ordine, le Intelligence, le leggi, ma sembra proprio che, almeno per ora, i risultati siano piuttosto scarsi. D’altra parte, come prevedere l’imprevedibilità dei gesti umani? Come prevedere che un autista non manterrà il suo veicolo sulla corsia di marcia, ma lo lancerà improvvisamente sul marciapiede addosso ai pedoni?


Eppure dobbiamo continuare a vivere. Non possiamo chiuderci sotto una campana di vetro. Dobbiamo rischiare. Dobbiamo camminare sulla strada, trovarci in un locale con gli amici, usare la macchina o la moto per andare al lavoro o in vacanza.  Una certezza c’è: quella di vivere nella preoccupazione, nella tensione, nell’impossibilità di sentirci felici, perché c’è troppo dolore intorno a noi e non possiamo non tenerne conto.


Io non ci riesco. Mi immedesimo in quelle madri, mogli, sorelle, figlie, che piangono la morte dei loro cari per motivi assurdi. Penso ai genitori di Niccolò Ciatti,  che prevedevano di comprare una casa per il figlio e invece gli hanno acquistato la bara, e mi chiedo perché succedano fatti come questi. Penso che, nemmeno un mese fa, c’ero anch’io sulle Ramblas a Barcellona…

Penso … ma i miei perché, anche stavolta, non avranno risposta.