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venerdì 3 luglio 2026

Forti emozioni, un lutto e dolci ricordi.

 


Tra i miei ricordi più belli in veste d’insegnante, e sono tanti, ce n’è uno accaduto più di quarant’anni fa nella prima B.

L. era un ragazzino minuto, sottile come un fuscello, dolcissimo, che sapeva suonare il violino. Gli chiesi di portarlo a scuola e, sentendolo suonare, oltre alla bravura, fui colpita dalle sue sensibilità e passione.

Venne il tempo del saggio natalizio e, insieme, decidemmo che avrebbe potuto eseguire alcune parti solistiche da alternare a quelle del resto della classe, in una sorta di dialogo musicale tra lui ed i suoi compagni.

Era una specie di sorpresa, perché nessun’altra classe presentava questo tipo di esibizione ed io ci tenevo molto.

Venne la mattina del saggio e L. si presentò sofferente, pallidissimo e febbricitante. “Non sto affatto bene” _ mi disse _ “ma sono venuto per lei!”

Un bambino di undici anni era venuto a scuola malato solo per far contenta me. Sua madre lo portò a casa subito dopo l’esibizione, per metterlo a letto.

Quel “sono venuto per lei” mi aveva toccata nel profondo e non lo dimenticai mai. Negli anni successivi ebbi tra gli alunni anche suo fratello M. e la sorella F. Anch’essi erano molto carini e dolci, ma non suonavano particolari strumenti musicali.

Passarono gli anni. L. si diplomò in violino e laureò in lettere, F. diventò infermiera e M. si trasformò in imprenditore, aprendo una birreria. Teneva anche un chioschetto ambulante durante le feste di paese, i concerti all’aperto ecc…Lo vedevo spesso, ogni volta che passavo in centro o partecipavo a qualche manifestazione in cui era presente il chioschetto di birra.

Oggi c’è stato il funerale di M. Due giorni fa stava guardando la tv, quando un infarto fulminante aveva  stroncato di botto la sua vita. Suo fratello, non ricevendo risposta al telefono, era andato a trovarlo e lo aveva trovato esanime, accasciato sul divano. Potete immaginare lo sgomento di tutti coloro che lo conoscevano, lo apprezzavano e gli volevano bene. Nessuno voleva credere che non ci fosse più.

Ieri sera sono andata al rosario. La chiesa era strapiena ed io riflettevo sul fatto che M. fosse già il mio decimo alunno andato via troppo presto. Come i genitori per i figli, anche gli insegnanti non dovrebbero mai dover partecipare alle esequie dei loro alunni. Non è naturale. Loro sono più giovani.

Al termine del rosario sono andata a salutare l’affranta F. e poi ho cercato L, il mio piccolo violinista di un tempo. Ora è sposato e papà, ma è sempre sottile come un giunco e dolcissimo.

Mi ha vista ed ha esclamato: “Professoressa!” e poi mi ha abbracciata forte e mi ha tenuta stretta a lungo in un modo che sembrava non avere fine.  A quel punto l’emozione mi ha vinta e mi sono messa a piangere. Non riuscivo a trattenermi mentre tentavo di dirgli: “Mi dispiace tanto!” _ e lui, teneramente, mi rispondeva: “Lo so, lo so!” Non riuscivo nemmeno a fargli le condoglianze mentre L, dolcemente, consolava ME per la perdita di SUO fratello. Dopo più di quarant’anni, ancora come quella volta con il violino, si preoccupava per me.

È stato un momento di emozione fortissima, in un’atmosfera di grande dolore collettivo. Lo porterò sempre nel cuore.

Ciao M. ora stai offrendo da bere agli Angeli e ci stai sorridendo da lassù. Non ti scorderemo mai, perché le belle persone lasciano sempre un segno in coloro che hanno la fortuna di incrociare durante il loro cammino.   

lunedì 18 novembre 2024

Amore immenso



Ricordo i tempi del Conservatorio, dai quattordici ai ventuno anni e la mia inseparabile compagna di banco Patrizia, (nome di fantasia) prima ai corsi di teoria e solfeggio, poi a quelli di Storia della musica e Armonia.  Ripassavamo insieme il solfeggio e le regole musicali, controllavamo gli accordi di armonia, scherzavamo, facevamo “le vasche”, cioè le passeggiate sotto ai portici di Cuneo in attesa che arrivasse il mio treno per tornare a casa. Erano anni spensierati, pur con i problemi dell’adolescenza, e avevamo tanti sogni.

Come spesso succede, terminati gli studi finimmo con non incontrarci più. Io iniziai a lavorare nella mia città, lontana circa cinquanta chilometri, lei continuò il suo percorso di studi e di vita a Cuneo. Sono pochi cinquanta chilometri ma, a volte, bastano per perdersi di vista, anche se nel cuore il ricordo è rimasto.

Si parla spesso male dei social network ma, in fondo, se usati nel modo giusto, possono essere utili e, qualche anno fa, dopo un periodo lunghissimo, proprio attraverso Facebook ho ritrovato Patrizia. Sono stata io a cercarla, perché in questi anni l’avevo pensata spesso, non avendo mai dimenticato la mia compagna di banco!

La ragazzina spensierata, la promettente pianista vincitrice di tanti concorsi nazionali e internazionali, si era trasformata in una donna segnata da tante sofferenze: la malattia e la morte dei genitori, per esempio e, soprattutto, la presenza nella sua vita di un figlio cerebroleso. Per quel figlio Patrizia ha fatto il possibile e l’impossibile, lottando come una leonessa  e forse di più per rendergli la vita meno difficile e più simile a quella di ogni ragazzo della sua età. Il giovane, che ora ha più di trent'anni, non parla e vive sulla sedia a rotelle ma, attraverso marchingegni vari che lo sostengono e sorreggono, o tramite l’aiuto di volontari, riesce a camminare, a pedalare su un apposito triciclo- bicicletta, a scivolare sulla neve con il bob, a nuotare in piscina nel ciambellone, a cavalcare,  ad esprimersi attraverso un particolare programma informatico e, con le mani e i colori, ha pure dipinto un sacco di bellissimi e coloratissimi quadri che ha esposto in una mostra!
Ogni anno vola a Philadelphia per seguire un programma sperimentale ed è un  ragazzo che esprime felicità da tutti i pori. Come ride di gusto, attorniato da tante belle ragazze, o mentre pratica sport, o quando è vicino alla sua mamma! Oltretutto, ha un viso bellissimo.

Quanta fatica, quanto dolore, quanto impegno, quanto coraggio ha però impiegato questa meravigliosa, stupenda mamma, per ottenere così tanti, sudatissimi progressi!

Una volta aveva scritto un post che mi aveva veramente toccata nel profondo:



"F. dorme in camera sua da quando aveva 2 mesi, ed è abituato a dormire sul pavimento. Ma, quando siamo in giro, dorme nel lettone tra me ed il muro, per non rischiare di cadere. Io ho l'abitudine di leggere fino a tardi, ma quando mi addormento, gli prendo la mano. Mi piace come lui, nel sonno, la apre ed afferra la mia con molta delicatezza, contrariamente alla spasticita' che lo attanaglia da sveglio. A volte ci svegliamo ancora così, e questa immagine null'altro rappresenta se non..la nostra vita. .."

Mi aveva fatto venire in mente mia madre, negli ultimi tempi della malattia. Anche lei aveva movimenti spastici, che sparivano nel sonno, e anche lei mi prendeva la mano, soprattutto quando la imboccavo per mangiare. In quei momenti, vedendola così tranquilla e affettuosa, anche se non se ne rendeva conto, cercavo di illudermi che tutto fosse a posto e lei fosse la stessa di sempre. Quel tocco mi trasmetteva pace e calore, ed era una sensazione dolcissima.

Ecco, le mani di Patrizia e suo figlio, teneramente allacciate, sono l’immagine di tutti i sentimenti più profondi dell’animo umano: Tenerezza, Orgoglio, Coraggio, Speranza, Determinazione ma, soprattutto, AMORE.  


Se volete conoscere il vero emblema dell’Amore, non avete che da guardare le loro mani. Parlano da sole!

mercoledì 8 maggio 2024

Quarantaquattro anni di matrimonio

 Il 3 maggio mio marito ed io abbiamo festeggiato quarantaquattro anni di matrimonio.

Ricordo come fosse ieri: era una pallida giornata di sole con una temperatura mite, io indossavo l’abito che mi aveva confezionato mia madre con il pizzo Sangallo regalato dalla zia Maria, mentre il mio sposo aveva un vestito blu con la camicia bianca. Eravamo poco più che ventenni e molto innamorati.



Avevamo ricevuto molti regali, portati direttamente a casa da amici e parenti. A quei tempi si usava così. C’era proprio di tutto e non mancava nulla, anche se si contavano parecchi doppioni. Ad esempio, potevamo contare su ben sette servizi di piatti e altrettanti di tazze grandi e piccole. Non sono ancora riuscita ad utilizzarli tutti.

Ricordo poi l’episodio di una mia compagna di conservatorio sposatasi qualche anno prima. Mi aveva raccontato di aver ricevuto molti tostapane e rivelato che avrebbe fatto il possibile per liberarsene. Ero sicura che ne avrebbe rifilato uno anche a me ed in effetti era arrivato e, nel pacco, c’era addirittura il biglietto con gli auguri destinati a lei! :D

C’erano poi i regali dei miei alunni. Io avevo ben nove classi ed erano venute tutte a portarmi il loro pensierino. Mi riempivano di biciclette il cortile, si scolavano bottiglie di Coca Cola e mangiavano montagne di patatine. Mia madre si metteva le mani nei capelli: “Corri a fare rifornimento che abbiamo finito tutto e i ragazzini sono affamati!” Io uscivo a fare la scorta mentre lei li intratteneva. Erano così carini e dolci!

I regali si esibivano sul tavolo in sala e tutti potevano guardarli. Oggi i regali non si usano più. Si inviano bonifici sull’IBAN.


Dopo la cerimonia e il pranzo, avvenuto in un ristorante langarolo, gli amici, che erano ben più numerosi dei parenti, erano venuti a casa nostra. Mi ero seduta al pianoforte, ancora in abito da sposa, e avevamo cantato fino quasi a mezzanotte. Al giorno d’oggi si usa ingaggiare un dj professionista per intrattenere gli ospiti. Ai miei tempi, il dj era la sposa! :D
Non ho fotografie di quel momento. A quei tempi, diversamente da oggi,  nessuno pensava ad immortalare qualcosa, erano tutti impegnatissimi a cantare e a divertirsi!



Il giorno dopo eravamo partiti per Milano sotto una pioggia scrosciante. Visita della città e poi volo verso Palma de Mallorca. Negli anni ottanta, non so perché, era di moda andare a Palma. Per me si trattava del primo viaggio in aereo e mi era piaciuto molto. Al ritorno eravamo stati ancora a Pisa e Firenze.

Ripensare a quel giorno mi procura tanta nostalgia. Genitori, suoceri, zii, zie, vicini di casa…Nessuno di loro esiste più e persino alcuni amici sono già scomparsi. Mi mancano molto.

Intanto gli anni sono passati. Abbiamo imparato ad accettare le nostre diversità, a comprendere i nostri lati spigolosi e ad apprezzare i rispettivi pregi, a condividere le esperienze e, soprattutto, a rispettarci ed ad avere tanta pazienza.   

Noi oggi. Qui al matrimonio di un parente.
Buon anniversario a noi!

 

giovedì 14 marzo 2024

20 anni di blog

 


Esattamente nel marzo 2004 aprivo il mio primo blog. Sono passati vent’anni. A quei tempi si cominciava appena a parlarne e io ne venni a conoscenza durante un corso di aggiornamento scolastico. Una certa Maria Teresa Bianchi, docente di matematica presso un liceo di Gubbio, aveva creato il suo primo blog didattico, seguita a ruota da altre docenti di ogni ordine di scuola: superiori, medie ed elementari. Invitava altri insegnanti a collaborare con le loro classi al fine di ottenere uno scambio nazionale tra scuole.

Io non sapevo nulla del mondo blog e pensai di crearne prima uno per me, in modo da sperimentare le sue potenzialità e capirne le modalità di pubblicazione. A quei tempi andava forte la piattaforma Splinder e scelsi quella. Non avevo idea di cosa scrivere, allora pensai ad un fatto accaduto a mio padre, che aveva ritrovato, dopo cinquant’anni, un suo grande amico in Venezuela. Era “La storia di Gino e Pino” che potete ritrovare qui, tra le mie storie più belle.  Pensate che, anni dopo, interessò addirittura RAI 1, che mi propose di andare a raccontarla a Domenica in. Era necessario però che venisse con me l’altro protagonista della storia, il venezuelano che aveva più di novant’anni e non era più in salute, così, alla fine, non se ne fece nulla. In compenso, Gramellini la pubblicò sulla Stampa nella sua rubrica “Cuori allo specchio”.

Diedi successivamente vita a diversi blog con le mie classi, con l’intento di far scrivere ai ragazzi dei post che potessero interessare i loro coetanei e con la speranza che potessero interagire fra loro con i commenti. Forse, se fossi stata un’insegnante di lettere, avrei potuto ottenere qualcosa in più, ma ero soltanto una docente di musica e i ragazzi cominciarono a pubblicare semplicemente i video dei loro cantanti preferiti, senza scrivere nemmeno una riga. Probabilmente, l’idea di scrivere era collegata al fatto di dover svolgere un ulteriore compito, e di quelli ne avevano già tanti. Quando mi lamentai con una docente di lettere, mi rispose che pretendevo troppo, perché i ragazzi della Scuola Media non sono ancora in grado di interagire tra loro con commenti costruttivi, soprattutto in forma scritta. I genitori non aiutavano, perché vedevano il tempo speso al pc come tempo sprecato, che avrebbe potuto essere utilizzato meglio sui libri di studio.  C’era poi chi lamentava difficoltà di connessione. Molti avevano il pc, ma non era collegato ad Internet. Insomma, fu decisamente un flop. I tempi, 20 anni fa, non erano ancora maturi per simili esperimenti.

Così continuai per conto mio, raccontando momenti della mia esistenza e conoscendo molte persone interessanti. Uscivo dalla mia provincialità e dal mio lavoro di insegnante per comunicare con blogger  provenienti da tutta Italia e dalle più svariate attività e situazioni di vita. Mi confrontavo con persone dalle idee molto diverse dalle mie e mi aprivo a situazioni ed argomenti e nuovi, che mi facevano riflettere e vedere altri orizzonti.  

Nacquero molte amicizie ed alcune le conobbi anche nel mondo reale, non notando alcuna differenza con quel che avevo vissuto con loro nel mondo virtuale. Splinder poi chiuse e mi trasferii qui, dove mi vedete tutt’ora. Sono rimasta comunque in contatto con molte persone, utilizzando soprattutto Facebook, mail e whatsapp. Alcune sono decedute, purtroppo, e ancora le ricordo e mi mancano.

Il blog di Splinder, prima che sparisse del tutto, lo copiai con un programma apposito. Impiegai un giorno e una notte per salvarlo tutto, ma lo recuperai e ancora lo conservo. Un giorno o l’altro lo rileggerò e sono sicura che ritroverò tanti momenti di vita a cui non ho mai più pensato.

Ora, dopo tanto tempo, non sono più un’assidua scrittrice. La mia vita non è più attiva come una volta e mi mancano tanti spunti di ispirazione, ma sono ancora qui.  E ci siete voi, che ancora mi aprite nuove finestre sul mondo con i vostri post ed i vostri commenti.

Grazie a tutti e…Buon Compleanno al mio semplice blog!

venerdì 3 giugno 2022

I libri parlanti

 Domenica scorsa, in un parco della mia città, ho avuto l’occasione di partecipare, come già successo in alcuni anni passati, ad una interessante iniziativa: l’incontro con i libri parlanti. Come si può immaginare, non si tratta di libri veri e propri, ma di persone che raccontano alcune esperienze particolari della loro vita a gruppi di persone sedute in cerchio intorno a loro.

Le giovanissime Sara e Nicole mi hanno parlato dell’albero della vita. Secondo alcune credenze l’albero può essere paragonato all’uomo: le radici rappresentano le origini, il tronco è l’uomo stesso, i rami e le foglie sono i desideri e i progetti, i frutti rappresentano i risultati raggiunti.

Con Giovanni, attore teatrale e insegnante di teatro, si è discusso sulle maschere. Quelle utilizzate in teatro o che si indossano nella vita per sembrare diversi da quel che si è, le maschere della chirurgia plastica e quelle che si usano per nascondere un dolore…

Molta curiosità nei “lettori” ha suscitato l’incontro con il simpatico e spumeggiante Riccardo, un panettiere che, nei fine settimana, si trasforma in una vistosissima Drag Queen. Tutti volevano sapere come fosse arrivato a questa scelta, quanto tempo gli serva per il trucco, come faccia a nascondere la barba, come siano strutturati i suoi spettacoli…

Con il pittore Giovanni si è parlato dei suoi sogni tra le mani, tra cui la street art sui piloni di un cavalcavia in cui ha riprodotto dipinti e personaggi famosi. Una vera galleria d’arte a cielo aperto ad uso e consumo di grandi e piccini e se anche un solo ragazzino, vedendoli, deciderà di indirizzare i suoi studi verso la carriera artistica, sarà sicuramente per Giovanni una grande soddisfazione.

Ho ascoltato Federico, insegnante di matematica che ha studiato anche diciassette lingue, Ileana e Laura, che organizzano mostre e concerti per giovani talenti locali ed infine Giulio, giovanissimo aspirante attore, che ha vissuto nello stesso momento le esperienze più  esaltanti e più dolorose della sua vita. E’ stato infatti invitato alla mostra del cinema di Venezia dopo aver vinto un concorso con la migliore recensione di un film e, mentre provava meravigliose sensazioni nel trovarsi vicino ad attori famosi, sapeva che sua madre, nello stesso tempo, stava morendo. Non posso che augurare a questo ragazzo, che ha tanto sofferto e che ha così grandi aspirazioni,  di realizzare il suo sogno.

Trovo che sia molto stimolante ascoltare e parlare con le persone. Con alcune, che hanno i nostri stessi interessi, possono nascere esperienze di condivisione e confronto, mentre con altre, che hanno una vita completamente diversa, si possono imparare molte cose e, soprattutto, diventare più aperti e disponibili verso tutte le sfaccettature degli esseri umani.



sabato 23 novembre 2019

In ospedale!

Ospedale di Alba ( CN) dipinti alle pareti prodotti dagli alunni del liceo

Recentemente sono stata ricoverata in ospedale e ancora sono in convalescenza. Ho avuto un forte dolore al petto che mi ha fatto temere un infarto, invece si trattava di pericardite, un’infiammazione del pericardio, la membrana che riveste il cuore.

Appena arrivata al Pronto soccorso e diagnosticato il problema, sono stata subito trattenuta perché la cura a base di antinfiammatori era urgente ed andava monitorata per controllare che fosse efficace.
Non avendo subito interventi ero comunque abbastanza in forze e  libera di girare per i corridoi, conversare con degenti e parenti, fare nuove esperienze.
Ci sono stati momenti buffi e altri tristi che mi sono rimasti impressi e che ricorderò sempre come esperienze di vita.

Al pronto soccorso ho trascorso ben ventisette ore, perché il posto in cardiologia non c’era. Quello è un vero porto di mare, con gente che continua ad arrivare e partire, infermieri che corrono, campanelli che suonano,  persone che urlano e anche alcune che muoiono.
Quella notte sono stata presa a benvolere da due giovani infermieri, che mi hanno aperto un finestrino in alto per farmi prendere aria ( si soffocava), mi hanno portato una coperta per timore che avessi freddo, venivano a trovarmi spesso e cercavano pure di farmi ridere. Appena liberato un posto, hanno spostato la donna morente che avevo accanto un po’ più lontano, oltre una parete divisoria,  per lasciarmi tranquilla ed impedirmi di assistere all’eventuale decesso. Sono persino venuti a stringermi la mano e ad augurarmi buona fortuna quando me ne sono andata.

Spostata poi in reparto ho conosciuto parecchie persone buffe.

 C’era il vecchietto che aveva avuto un ictus e che non riusciva più a smettere di parlare. Era abbastanza in sé, ma parlava così tanto che nessuno riusciva a sopportarlo, soprattutto i suoi compagni di stanza. Era la macchietta del reparto. Poi c’era un prete buffo che parlava con il Signore contenuto nella sua tasca. Una volta l’ha pure perso, con tutte le infermiere che cercavano di aiutarlo a ritrovarlo. Sono venuti a trovarmi i pagliacci con il naso rosso, neanche fossi stata una bambina e c’era il giovane infermiere che ogni giorno mi scaldava il dito con vigorosi massaggi perché era freddo e non riusciva a registrare la saturazione. In camera ho avuto anche un uomo. Niente male, coetaneo, con barbetta e bel fisico asciutto, chimico industriale con buona cultura ed educazione. Girava in camera sempre in slip, comunque non era un brutto vedere. Non vi dico le mie colleghe! Mi scrivevano: “E’ vero che hai dormito con un uomo che non è tuo marito? Si è comportato bene?” E giù risate!

Ci sono stati poi incontri inaspettati.

Una sera, mentre ero in giro per il corridoio, mi sono sentita chiamare: “Professoressa, cosa ci fa qui in pigiama?” Era il mio dirigente scolastico! In quel frangente, pur non avendo mai avuto confidenza con lui, data la differenza delle nostre posizioni gerarchiche, lo vedevo però come una persona amica e mi sentivo quasi protetta dal suo atteggiamento affettuoso. Abbiamo riso e scherzato come vecchi amici! Lui era lì per assistere uno zio. Più tardi è venuto a darmi la buonanotte e a conoscere le mie compagne di stanza. La mattina successiva ci siamo rivisti, mi ha presentato lo zio, che stava per essere trasferito in una casa di cura per la riabilitazione e … “Professoressa, io non sopporto proprio di vederla in questo luogo triste! Lei così solare, positiva e sorridente non può stare qui! Non è assolutamente il suo posto! Vorrei tanto rapirla, nasconderla sotto la barella dello zio e portala via da qui!”
Mai avrei immaginato una tale affettuosità dal mio dirigente, con il quale avevo sempre avuto cordiali, ma formali, rapporti di lavoro. Ci siamo pure scambiati i numeri di telefono per mantenere i contatti su whatsapp! Chi l’avrebbe mai detto?

Un altro incontro che mi ha scaldato il cuore è stato con un mio ex alunno, ora medico in chirurgia, al piano di sopra. Passava dalla Cardiologia per caso ed è stato molto contento di trovarmi. Mi ha abbracciata, baciata, coccolata … è stato proprio un bel momento! “Se avrà bisogno di un intervento ci penserò io!” Beh, di quello ne avrei fatto sicuramente a meno e magari non proprio con il bisturi di  un alunno, ma era così felice di potermi essere utile che non ho osato deluderlo e gli ho risposto che sì, se ne avessi avuto bisogno, sarei stata molto contenta di essere operata da lui!

Altri incontri sono avvenuti con personaggi particolari.

C’era una deliziosa vecchietta di 81 anni, bionda, dolce, con un fisico da ballerina e due scarpette vezzose che era molto triste perché non aveva più la forza di accudire il marito ed era costretta ad andare in una casa di riposo con lui per potergli stare accanto; c’era un nonnetto dongiovanni che toccava il sedere a tutte le giovani infermiere e le invitava pure a coricarsi con lui, protestando energicamente perché non lo accontentavano; c’erano varie badanti italiane e straniere che mi raccontavano le loro storie fatte di sacrifici e rinunce pur di far laureare i figli e c’era la ragazza che veniva ad assistere la madre nella mia camera e poi russava tutta la notte, obbligandomi a mettermi i tappi nelle orecchie.

Ma c’era anche una giovane donna quarantaduenne, sola al mondo, che non aveva mai visite da nessuno. Passeggiavamo tutto il giorno su e giù per i corridoi e ci chiamavano “Le veline”, lei bruna ed io bionda. Lei aveva avuto un infarto e sperava di riprendersi, invece le è stato comunicato che avrebbe dovuto sottoporsi ad un trapianto ed avrebbe anche dovuto trovare dei parenti per forza, perché non era possibile un intervento del genere su una persona sola al mondo. La poverina era disperata e pensava che sarebbe stato meglio morire con l’infarto, tanto nessuno voleva prendersi cura di lei
 Ci siamo scambiate il numero di telefono, ma da alcuni giorni non risponde … spero che non le sia successo niente di brutto!

Per il resto, i dottori erano efficienti, il personale infermieristico molto gentile, disponibile e disposto a scherzare per rendere l’ambiente più sereno, le oss simpaticissime e persino affettuose.

Questa è stata la mia avventura in ospedale. Giorni che mi sono sembrati lunghi un anno, nonostante l’appoggio della mia famiglia, degli amici, dei colleghi e di tutte le persone che ho conosciuto e che mi hanno arricchita di esperienze di vita.

Ora sono a casa, dove continuo la cura e cerco di non affaticarmi troppo, ma ho ripreso ad uscire e tutte le mie attività di sempre, pur senza strafare. Da tutto questo è scaturito, inoltre,  un fatto nuovo e positivo: mio marito ha imparato a pulire la casa, a caricare la lavatrice e a stirare!